Samadhi 2  – Trascrizione video

Non è quello che pensi

I più grandi maestri spirituali del mondo dall’antchità ai tempi moderni hanno condiviso la visione che la verità più profonda del nostro essere non è proprietà di una particolare religione o tradizione spirituale ma che può essere trovata all’interno del cuore di ogni persona. Il poeta Rumi disse: “dov’è quella luna che non sorge mai o non tramonta mai? Dov’è quell’anima che non è né con noi né senza di noi? Non dire che è qui o là.

Tutta la creazione è “Quello”, ma per gli occhi che possono vedere”. Nella storia della Torre di Babele l’umanità è frammentata in innumerevoli lingue, credenze, culture e interessi. Babele significa letteralmente “la porta di Dio”. Quella porta è la nostra mente pensante – la nostra struttura di condizionamento. Per coloro che giungono a scoprire la loro vera natura, la loro essenza oltre ogni nome e forma, vengono iniziati nel grande mistero di cosa si cela oltre quella porta.

Un’antica parabola, la parabola degli elefanti, è stata utilizzata per descrivere come varie tradizioni in realtà puntino tutte a un’unica grande verità. Un gruppo di ciechi sta ciascuno toccando una parte diversa di un elefante, ricevendo così una certa impressione di cosa sia un elefante. La persona che sta in piedi vicino alla gamba dell’elefante lo descrive come un albero. La persona accanto alla coda dice che l’elefante è come una corda. L’elefante è come una lancia, dice quello in piedi sulla proboscide. Se un altro tocca l’orecchio, sembra che l’elefante sia come un ventaglio. La persona che tocca il lato dell’animale è convinto che sia come un muro. Il problema è che tocchiamo il nostro pezzo di elefante e crediamo che la nostra esperienza sia l’unica verità. Non riconosciamo o apprezziamo che l’esperienza di ciascuno è una diversa sfaccettatura dello stesso animale. La Filosofia Perenne è la comprensione che tutte le tradizioni religiose e spirituali condividono un’unica verità universale. Una realtà mistica o trascendente sul cui fondamento tutte le conoscenze spirituali e le dottrine sono cresciute.

Swami Vivekananda ha riassunto l’insegnamento perenne affermando: “il fine di tutte le religioni è il realizzare Dio nell’anima. Questa è l’unica religione universale”. In questo film quando usiamo la parola Dio è semplicemente una metafora per il trascendente, indicando il grande mistero oltre la mente limitante dell’Ego. Realizzare il proprio vero Sé o il Sé immanente significa realizzare la propria natura divina. Ogni anima ha il potenziale di manifestare un più alto livello di coscienza. Per risvegliarsi dal proprio sonno e dall’identificazione con la propria forma. Lo scrittore e visionario Aldous Huxley, noto per il suo libro “Brave New World”, scrisse anche un libro intitolato “The Filosofia perenne”, in cui scrive riguardo all’unico insegnamento che si ripete più e più volte nel corso della storia, prendendo la forma della cultura in cui si realizza. Scrive: “La filosofia perenne è espressa in sintesi nella formula sanscrita: “Tat Tvam Asi”; “Ciò che sei”. L’Atman o il Sé eterno e immanente è un tutt’uno con Brahman, il principio assoluto di tutta l’esistenza, e il fine ultimo di ogni essere umano è di scoprire questa verità per se stesso.

Di scoprire chi siamo veramente. Ogni tradizione è come una faccia di un gioiello che riflette la propria prospettiva della stessa verità, riecheggiando e illuminandosi allo stesso tempo le une con le altre. Qualunque sia la lingua e la struttura concettuale utilizzata, tutte le religioni che riflettono l’insegnamento perenne hanno la credenza che esiste un’unione con qualcosa di più grande, qualcosa al di là di noi. È possibile imparare e integrare gli insegnamenti da una o più fonti senza però identificare queste ultime con il proprio Sé. Si dice che tutti i veri insegnamenti spirituali sono semplicemente dita indicanti la verità trascendente. Se noi ci aggrappiamo al dogma dell’insegnamento per comodità, saremo limitati nella nostra evoluzione spirituale. Per realizzare la verità al di là di ogni concetto bisogna lasciar andare tutti gli attaccamenti, lasciar andare tutti i concetti religiosi. Dalla prospettiva dell’Ego, il dito che ti sta indicando Samadhi sta indicando dritto verso l’abisso. San Giovanni della Croce disse: “Se uno volesse essere sicuro della strada che percorre, dovrebbe chiudere gli occhi e camminare al buio.”

Samadhi inizia con un salto nell’ignoto. Nelle antiche tradizioni, per realizzare Samadhi, si diceva che, alla fine, si dovrebbe allontanare la consapevolezza da tutti gli oggetti conosciuti; da tutti i fenomeni esterni, pensieri di condizionamento e sensazioni, verso la consapevolezza stessa. Verso la fonte interiore; il cuore o essenza del proprio essere. In questo film quando usiamo la parola Samadhi vogliamo indicare il mondo trascendente.

Al Samadhi più elevato, che è chiamato Nirvikalpa Samadhi. Nel Nirvikalpa Samadhi l’attività del proprio Sè si interrompe, senza più un cercare e fare. Possiamo solo parlare di ciò che svanisce mentre ci avviciniamo e riappare quando ci distanziamo da esso. Non c’è né percezione né non-percezione, né “cosa” né “nessuna cosa”, né consapevolezza né inconsapevolezza. È incondizionato, insondabile e imperscrutabile per la mente. Quando il Sé ricomincia la sua attività c’è un “non-sapere”; una specie di rinascita, e tutto ricomincia da capo. Ci rimane il profumo del divino, che persiste più a lungo mano a mano che progrediamo nel sentiero della vita.

Esistono numerose tipologie di Samadhi descritte nelle antiche tradizioni e le lingue hanno creato molta confusione nel corso degli anni. Stiamo scegliendo di usare la parola Samadhi per indicare l’unione del trascendente, ma potremmo utilizzare altrettanto facilmente una parola derivata da un’altra tradizione. Samadhi è un antico termine Sanscrito comune alla tradizione dei Veda e dei Samkhya dell’India, e ha permeato molte altre tradizioni spirituali. Samadhi è l’ottava parte delle otto parti dello yoga Patanjali e l’ottava parte del Nobile Ottuplice Sentiero del Buddha. Buddha usò la parola “Nirvana”, la cessazione di “vana” o la cessazione dell’attività del Sè. Patanjali ha descritto lo Yoga, o Samadhi, come “chitta vritti nirodha” che in Sanscrito significa “cessazione del vortice o spirale della mente”. È una liberazione di coscienza da tutto il “Matrix” o “Creatore della Mente”. Samadhi non è alcun concetto perché per realizzarlo bisogna abbandonare la mente concettuale.

Diverse religioni hanno usato varie parole per descrivere l’unione divina. Di fatto, la parola “religione” stessa significa qualcosa di simile. In latino “religare” significa re-legare o ricollegare. È un significato simile alla parola “Yoga” che significa “unire” il mondo terreno con il trascendente. In Islam è il riflesso nell’antico significato arabo della parola “Islam” stessa che significa sottomissione o supplica a Dio. Esso vuole significare una totale e umile resa del Sè.

I mistici cristiani come San Francesco d’Assisi Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce, descrivono un’unione divina con Dio, il regno di Dio interiore. Nel Vangelo di Tommaso, Cristo disse: “il regno di Dio non è qui o là. Piuttosto il regno del Padre è diffuso su tutta la terra e gli uomini non riescono a vederlo”. Le opere dei filosofi greci Platone, Plotino, Parmenide, ed Eraclito quando visti attraverso la lente dell’insegnamento perenne rivelano la medesima saggezza. Plotino insegna che il più grande sforzo umano è quello di guidare l’anima umana verso il supremo stato di perfezione e unione con il Tutto.

Lo sciamano e sant’uomo Lakota, Nero Elk ha detto: “La prima pace, che è la più importante, è quella che giunge all’interno delle anime degli uomini quando si rendono conto del legame, della loro unità, con l’universo e tutti i suoi poteri. E quando si rendono conto che al centro dell’Universo abita il Grande Spirito e che questo Centro è davvero ovunque. Esso è dentro ognuno di noi.

Sulla via del risveglio, a meno che non siamo in Samadhi, ci saranno sempre due polarità, due porte da cui si può entrare. Due dimensioni: una verso la coscienza pura, l’altra verso il mondo empirico. La parte che va verso l’alto si dirige verso l’assoluto, quella verso il basso in direzione di Maya e tutto ciò in cui si manifesta, sia visibile sia non visibile.

La relazione tra relativo e assoluto potrebbe essere riassunta nella seguente citazione di Sri Nisargadatta Maharaj: “La saggezza è sapere che io non sono niente, l’amore è sapere che io sono tutto, e tra i due la mia vita si muove”. Ciò che sorge da questa unione è una nuova coscienza divina. Qualcosa è nato fuori dall’unione di queste polarità, o dal collasso dell’identificazione con il dualismo, eppure ciò che nasce non è una cosa e non è mai nata. La coscienza fiorisce creando qualcosa di nuovo, creando ciò che si potrebbe chiamare la “Trinità Perenne”. Dio Padre, il trascendente, inconoscibile e immutabile, è unito alla Divinità Femminile, che è tutto ciò che cambia. Questa unione determina una trasformazione alchemica; un tipo di morte e rinascita.

Nell’insegnamento dei Veda l’unione divina è rappresentata da due forze fondamentali, Shiva e Shakti. I nomi e le facce delle varie divinità cambiano nel corso della storia ma le loro caratteristiche fondamentali rimangono. Ciò che è nato da questa unione è una nuova coscienza divina, un nuovo modo di stare al mondo. Due polarità inseparabilmente Uno. Un’energia universale che è senza un centro, senza limiti. È puro amore. Non c’è niente da guadagnare o perdere perché è completamente vuoto ma assolutamente pieno.

Che si tratti delle misteriose scuole della Mesopotamia, le tradizioni spirituali dei Babilonesi e Assiri, le religioni dell’antico Egitto, le culture Nubiane e Kemetiche dell’antichità africana, le tradizioni indigene e sciamaniche di tutto il mondo, il misticismo dell’antica Grecia, gli Gnostici i “Non-dualisti” i Buddisti Taoisti Ebrei Zoroastriani Giainisti Musulmani o i Cristiani si scopre che ciò che li accomuna maggiormente sono le loro intuizioni spirituali più elevate che hanno permesso ai loro discepoli di realizzare Samadhi.

Il vero significato della parola Samadhi è pressappoco: “realizzare l’identicità o l’unità in tutte le cose”. Significa Unione. Nel fatto di unire tutti gli aspetti di te stesso. Ma non confondere la comprensione dell’intelletto con la vera realizzazione di Samadhi. È la tua quiete, il tuo vuoto che unisce tutti i livelli della spirale della vita. È attraverso l’antico insegnamento di Samadhi che l’umanità può iniziare a capire la fonte comune di tutte le religioni e allinearsi ancora una volta con la spirale della vita, il Grande Spirito, Dharma o Tao.

La spirale è il ponte che si espande dal microcosmo al macrocosmo. Dal tuo DNA all’energia del tuo Lotus interiore che si espande attraverso i chakra, fino alle braccia a spirale delle galassie. Ogni livello dell’anima si manifesta attaverso la spirale come rami in continua evoluzione, che vivono e si muovono. Il vero Samadhi è realizzare il vuoto di tutti i livelli del Sé. Tutti gli strati dell’anima. La spirale è l’infinito gioco di dualità nel ciclo della vita e della morte. A volte dimentichiamo la nostra connessione con la fonte. La lente attraverso cui osserviamo è molto piccola e ci convinciamo di essere una creatura limitata che striscia sulla Terra, solo per completare ancora una volta il viaggio di ritorno verso la fonte; il ritorno al centro che è ovunque.

Chuang Tzu disse: “Quando non c’è più separazione tra questo e quello, quello è chiamato il punto fermo del Tao. Al punto fermo nel centro della spirale si può vedere l’infinito in tutte le cose”. L’antico mantra “Om Mani Padme Hum” ha un significato poetico. Si risveglia o si realizza il gioiello all’interno del loto. La tua vera natura si risveglia nell’anima, nel mondo COME il mondo. Usando il principio ermetico: “Come sopra così sotto, come sotto così sopra” possiamo usare analogie per iniziare a capire la relazione tra mente e quiete, relativo e assoluto.

Un modo per iniziare a cogliere la natura non concettuale di Samadhi è utilizzare l’analogia del buco nero. Un buco nero è tradizionalmente descritto come una regione dello spazio con un enorme campo gravitazionale così potente che nessuna luce o materia possono sfuggire. Nuove teorie postulano che tutti gli oggetti, dalle particelle microscopiche più sottili alle formazioni macrocosmiche quali le galassie, possiedono un buco nero o una misteriosa singolarità al loro centro. In questa analogia useremo questa nuova definizione di buco nero quale: “il centro che è dappertutto”. Nello Zen ci sono molte poesie e koan che ci portano faccia a faccia con “la porta senza porta”. Bisogna attraversare “la porta senza porta” per realizzare Samadhi.

Un “orizzonte degli eventi” è un limite nello spazio-tempo oltre il quale gli eventi non possono influenzare un osservatore esterno; il che significa che qualunque cosa stia accadendo al di là “dell’orizzonte degli eventi” è inconoscibile per te. Si potrebbe affermare che “l’orizzonte degli eventi” di un buco nero è analogo alla “porta senza porta”. È la soglia tra il Sé e il non-Sé. Non c’è un “me” che passa “l’orizzonte degli eventi”. Nel centro di un buco nero è presente una singolarità unidimensionale contenente la massa di miliardi di Soli in uno spazio inimmaginabilmente piccolo. Di fatto una massa infinita. Letteralmente un Universo in qualcosa di infinitamente più piccolo di un granello di sabbia. La singolarità è qualcosa di incomprensibile oltre il tempo e lo spazio. Secondo la Fisica il movimento è impossibile, l’esistenza delle cose è impossibile.

Qualsiasi cosa sia, non appartiene al mondo della percezione, eppure non può essere descritta come semplice “quiete”. È al di là di immobilità e movimento. Quando ti rendi conto del centro che è ovunque e da nessuna parte, si supera la dualità forma e vuoto tempo e senza-tempo. Si potrebbe chiamarla un’immobilità dinamica o un vuoto colmo, all’interno di un centro di oscurità assoluta. Il maestro taoista Lao Tse ha detto: “L’oscurità nell’oscurità è la porta d’accesso di tutta la comprensione”. Lo scrittore e mitologo comparativo Joseph Campbell descrive un simbolo ricorrente, parte della filosofia perenne che lui chiama “l’Asse Mundi”; il punto centrale o la montagna più alta. Il palo attorno al quale tutto ruota. Il punto dove immobilità e movimento stanno assieme. Da questo Centro appare un imponente albero in fiore.

L’albero della Bodhi che unisce tutti i mondi. Proprio come un Sole risucchiato in un buco nero, quando ti avvicini alla grande realtà, la tua vita inizia a ruotare intorno a esso e tu inizi a sparire. Appena ti avvicini al tuo vero Sé, questa esperienza può rivelarsi terrificante per il tuo Ego. I guardiani della porta sono lì per testare coloro che si avventurano nel loro percorso. Si deve essere disposti ad affrontare le proprie paure più grandi e allo stesso tempo accettare il proprio potere innato. Per portare luce alle paure terrificanti inconscie e alla bellezza interiore nascosta. Se la tua mente non si discosta, se non c’è una reazione del Sè, allora tutti i fenomeni prodotti dall’inconscio emergono e se ne vanno. Questo è il momento nel viaggio spirituale dove la fede è maggiormente necessaria.

Cosa vogliamo dire con “fede”? “Fede” non è la stessa cosa di “credenza”. Il credo sta accettando qualcosa a livello della mente per portare conforto e sicurezza. Il credo è la via della mente per etichettare o controllare l’esperienza. La fede in realtà è il contrario. La fede è stare nel completo non-sapere, accettando qualunque cosa provenga dall’inconscio. La fede è arrendersi alla spinta della singolarità, verso la dissoluzione o smantellamento del Sé per poter passare “la porta senza porta”. L’evoluzione e la struttura di una galassia è strettamente legata al suo buco nero in termini di scala proprio come la tua evoluzione è legata alla presenza del tuo vero Sè, la singolarità che è la tua vera natura.

Non possiamo vedere il buco nero, ma possiamo sapere che c’è dal modo in cui le cose si muovono intorno ad esso, da come interagiscono con la realtà fisica. Allo stesso modo noi non possiamo vedere la nostra vera natura. Il vero Sé non è una cosa, ma possiamo osservarne l’azione illuminata. Come il maestro Zen Suzuki disse: “Non ci sono, in senso stretto, persone illuminate. C’è solo un’attività illuminata”. Non possiamo vederlo proprio come l’occhio non può vedere se stesso. Non possiamo vederlo perché è proprio attraverso di esso che è possibile vedere. Come il buco nero, Samadhi non è il nulla, e nemmeno è una cosa. È il collasso della dualità di “cosa” e “nessuna-cosa”. Non esiste alcuna “porta” per entrare nella grande realtà, ma ci sono infinite vie.

Le vie, il Dharma, sono come una spirale infinita senza inizio nè fine. Nessuno può oltrepassare “la porta senza porta”. Nessuna mente ha mai capito come, e nessuna ci riuscirà mai. Nessuno può oltrepassare “la porta senza porta”, quindi sii NESSUNO. Samadhi è la via senza-via, la chiave dorata. È smettere di identificarci con la struttura del Sè che separa il nostro mondo interiore da quello esteriore. Ci sono molti modelli di sviluppo che descrivono gli strati o livelli della la struttura del Sè. Useremo un esempio che è molto antico. Nell’Upanishad, gli strati che ricoprono “l’Atman”, o anima, sono chiamati “koshas”. Ogni “kosha” è come uno specchio, un livello della struttura del Sè. Un velo, o livello di “Maya”, che distoglie la nostra attenzione dal realizzare la nostra vera natura se ci siamo identificati con essa.

La maggior parte delle persone vede i riflessi e crede di essere proprio questi riflessi. Uno specchio riflette lo strato animale, il corpo fisico. Un altro specchio riflette la tua mente, i tuoi pensieri, i tuoi istinti e percezioni. Un altro la tua energia interiore, o Prana, che puoi osservare quando ti guardi dentro. Un altro specchio riflette a livello di “Immaginali”, che sono lo strato più elevato della mente, o saggezza, e ci sono livelli di felicità trascendentale o non dualistica, che si sperimentano nel momento in cui ci si avvicina a Samadhi. Si possono distinguere potenzialmente innumerevoli specchi, o aspetti del Sé, e sono costantemente in mutamento.

La maggior parte delle persone deve ancora scoprire gli strati del “Prana”, della mente superiore e della felicità non dualistica. Non sanno nemmeno che esistono. Questi strati stanno caratterizzando la tua vita ma non te ne accorgi nemmeno. Questi specchi nascosti, di fatto, caratterizzano le nostre vite più di quelli visibili. Sono invisibili perché per la maggior parte delle persone questi specchi non sono stati illuminati dalla consapevolezza. Come la rete di gioielli di “Indra”, gli specchi si riflettono l’un l’altro e i riflessi riflettono ogni altro riflesso infinitamente. Un cambiamento su uno dei livelli simultaneamente produce un effetto su tutti gli altri livelli. Alcuni di questi specchi possono rimanere nell’ombra a meno che non siamo abbastanza fortunati da avere una guida esperta per aiutarci ad emanare luce su di essi.

La verità è che non sappiamo quello che non sappiamo. Immagina ora di frantumare tutti gli specchi. Non c’è niente che rifletta te stesso. Dove sei? Quando la mente diviene ferma, gli specchi smettono di riflettere. Non ce n’è più un soggetto e un oggetto. Ma non confondere lo stato primordiale con il nulla o l’oblio. Il Sé immanente non è un “qualcosa” ma nemmeno un “niente”. La fonte non è una cosa, è il vuoto o l’immobilità stessa. Essa è un vuoto che è la fonte di tutte le cose. La forma è realizzata esattamente come vuoto, il vuoto si realizza esattamente come forma. Questa fonte è il grande grembo della creazione, contenente tutte le possibilità.

Samadhi è il risveglio dell’impersonale consapevolezza. Proprio come quando stai sognando, al risveglio ti rendi conto che tutto il sogno era solo nella tua mente. Dopo aver realizzato Samadhi, ci si rende conto che tutte le cose in questo mondo accadono entro molteplici livelli di energia e consapevolezza. E’ tutto un gioco di specchi all’interno di specchi, di sogni dentro altri sogni. Il “Tu” che pensi di essere è sia il sogno sia colui che sogna. Qualunque cosa venga detta in questo film lasciala andare, non catturarla con la mente. L’anima sta sognando, sognando il sogno di te. Il sogno è tutto ciò che muta, ma è possibile realizzare l’immutabile. Questa realizzazione non può essere compresa nella limitatezza della mente indivuduale.

Quando ritorniamo dal “Nirvikalpa Samadhi”, gli specchi cominciano a riflettere di nuovo e si comprende che il mondo in cui pensi di vivere ora in realtà sei Tu. Non il “Tu” limitato che è solo un riflesso temporaneo, ma il “Tu” consapevole della tua vera natura come fonte di tutto “ciò che è”. L’emergere di questa saggezza superiore, l’embrione, “Prajna” o gnosi, è ciò che è nato fuori da Samadhi. Secondo il libro di Giobbe, “Chokhmah” o saggezza, deriva dal “nulla”. Questo livello di saggezza è infinitamente piccolo, eppure contiene l’intero “essere”, ma rimane inafferrabile fino a quando non le viene dato uno stato e una forma nel palazzo degli specchi, chiamato “Binah”, l’utero scolpito dalla saggezza superiore che dà forma all’embrionale Spirito di Dio.

L’esistenza degli specchi, o l’esistenza della mente, non è un problema. Al contrario, l’errore o aberrazione della percezione umana è che ci identifichiamo con essa. Questa illusione, ossia che noi siamo questo Sé limitato, è chiamata Maya. Lo Yoga insegna che per realizzare il Samadhi si dovrebbe osservare l’oggetto della meditazione fino a quando non scompare, finchè TU non scompari in esso, o esso in te. Sebbene la lingua sia differente nelle varie tradizioni, alla radice tutte parlano di una cessazione dell’identificazione del Sè e dell’attività dell’Ego. Buddha ha sempre insegnato in termini negativi. Ha insegnato a indagare direttamente sul funzionamento della struttura del Sé. Non ha detto cosa fosse Samadhi, disse solo che è la fine della sofferenza.

“Nell’Advaita Vedanta” c’è un termine, “Neti Neti”, che significa “non questo, non quello”. Le persone sulla via dell’auto-realizzazione che si chiedono quale sia la loro vera natura o la natura del Brahman, scoprono per la prima volta quello che non sono. Allo stesso modo nel Cristianesimo, Santa Teresa d’Avila descrisse un approccio alla preghiera basato sul sentiero negativo o “via negativa”. Una preghiera di silenzio, resa e unione, che è l’unico modo per avvicinarsi all’assoluto. Attraverso questo processo graduale di epurazione, si lascia andare tutto ciò che non è permanente, tutto ciò che è mutevole. La mente, l’Ego, e tutti i fenomeni, inclusi gli strati del Sé nascosti. Il subconscio deve diventare trasparente per riflettere l’unica fonte. Se c’è un pò di conoscenza profonda, o una parte del Sè che opera nell’inconscio, allora le nostre vite rimangono bloccate in un labirinto di schemi nascosti che comprendono tutto ciò che non è ancora stato scoperto del Sè.

Quando tutti gli strati del Sé si rivelano vuoti, allora si viene liberati dal Sè. Liberi da tutti i concetti. Un punto di svolta nella tua evoluzione si presenta quando ti rendi conto di non sapere chi sei. Chi è che respira? Chi è che sperimenta il gusto? Chi sperimenta il canto, il rituale, la danza, la montagna? Sii testimone del testimone, osserva l’osservatore. All’inizio, osservando l’osservatore, vedrai solo il falso Sé, ma se persisti esso cederà. Chiediti direttamente “chi o cosa” fa l’esperienza. Sii imperturbabile, penetrante, acuto, con tutta la forza del tuo essere.

Non c’è un Sé che si risveglia. Non c’è un TU che si risveglia. Ciò da cui ci si risveglia è l’illusione di un Sé separato. Dal sogno di un “tu” limitato. Parlarne a parole non ha senso. Ci deve essere un’effettiva cessazione del Sè per poter realizzare direttamente che cosa è, e una volta che lo si realizza non c’è più nulla che può essere detto a riguardo. Non appena tu dìci qualcosa sei tornato nella dimensione della mente. Ho già detto troppo. Normalmente abbiamo tre stati di coscienza: veglia, sogno e sonno profondo. Samadhi è a volte considerato il quarto stato, lo stato fondamentale della consapevolezza.

Una risveglio primordiale che può presentarsi continuamente e simultaneamente agli altri stati di coscienza. Nel Vedanta questo si chiama “Turiya”. Altri termini per Turiya sono: coscienza di Cristo, coscienza di Krishna, natura del Buddha o Sahaja Samadhi. Nel Sahaja Samadhi il Sé immanente rimane presente insieme al pieno utilizzo di tutte le funzioni umane. L’immobilità è immobile nel centro della spirale dei fenomeni mutevoli. Pensieri, sentimenti, sensazioni ed energia girano intorno ad esso sulla circonferenza ma il grado di immobilità o “l’Io sono” rimane durante l’attività esterna esattamente come nella meditazione. È possibile che il Sé immanente rimanga presente anche durante il sonno profondo; che la tua consapevolezza del “Io sono” non va e viene neanche quando gli stati di coscienza cambiano.

Questo è il sonno yogico. Nel Cantico dei Cantici, o Canzone di Salomone nella Bibbia ebraica o Vecchio Testamento, si legge: “Dormo ma il mio cuore veglia”. Questa realizzazione dell’eterna e impersonale coscienza si riflette nelle parole di Cristo quando disse: “Prima che Abramo fosse, IO SONO.” Una consapevolezza che traspare in innumerevoli volti, in innumerevoli forme. All’inizio è come una fragile fiammella nata fuori dalle tue polarità interiori. Coscienza maschile che penetra con una resa o con un’apertura dell’energia femminile. È delicata e viene persa facilmente, e bisogna avere molta cura di proteggerla e di tenerla in vita fino a quando non sarà matura. Samadhi è allo stesso tempo uno stato di consapevolezza senza tempo e uno stadio in cui il processo di sviluppo è in continua evoluzione. Qualcosa di organico e che cresce nel tempo. Nel momento in cui si trascorre sempre più tempo dentro Samadhi, nel momento presente, nel senza tempo, ci si fa si guidare sempre più dal cuore, dall’anima o Atman, e meno dai condizionamenti.

È così che ci si libera della mente “inferiore”. Liberi dal pensiero malato. Il sistema di connessioni interiori cambia. L’energia non scorre più in maniera inconscia nella vecchia struttuta di condizionamento, che è un altro modo di dire che non si è più identificati con il proprio Sè, con il mondo esteriore della forma. Realizzare Samadhi richiede uno sforzo così grande che diviene una resa totale di se stessi e una resa così inclusiva che risulta essere uno sforzo totale del proprio essere; di tutta l’energia di ognuno. È un equilibrio di sforzo e resa, yin e yang. Una sorta di sforzo senza sforzo.

Il mistico indiano e Yogi Paramahamsa Ramakrishna ha detto: “non cercare l’illuminazione a meno che tu non la cerchi come colui che con i capelli in fiamme cerca uno stagno”. La devi cercare con tutto il tuo essere. Durante la pratica che trascende il proprio Ego, c’è bisogno di grande coraggio, vigilanza e perseveranza per mantenere viva questa presa di coscienza in fase embrione. A non ricadere negli schemi del mondo. Ci vuole la volontà di andare controcorrente, contro la collisione inesorabile del “Matrix”, e l’opprimente ruota del Samsara. Ogni respiro, ogni pensiero, ogni azione deve essere concepita per realizzare la “Fonte”. Non si realizza Samadhi nè con lo sforzo, né senza sforzo. Lascia andare i concetti di sforzo e non sforzo; è una dualità che esiste solo nella mente.

L’effettiva realizzazione di Samadhi è così semplice, così uniforme, che attraverso il linguaggio si crea solo fraintendimento, il quale è intrinsecamente dualistico. C’è solo una coscienza primordiale che si risveglia come il mondo ma è stata oscurata dai molteplici strati della mente. Come il Sole si nasconde dietro le nuvole, così ogni strato della mente si lascia cadere, rivelando la propria essenza. Come ogni livello della mente se ne va, le persone chiamano questo Samadhi con un nome differente. Danno nomi alle diverse esperienze o ai diversi tipi di fenomeni. Ma Samadhi è così semplice che quando ti viene detto cos’è e come si realizza allla tua mente sfuggirà sempre. In realtà Samadhi non è semplice o difficile; è solo la mente che ragiona in questo modo. Quando non c’è la mente non c’è alcun problema, perché la mente è ciò che si deve fermare affinchè lo si realizzi. Non è affatto un avvenimento. L’insegnamento più conciso di Samadhi lo si ritrova forse in questa frase: “Sii calmo e sappi”

“Il silenzio è la lingua di Dio. Tutto il resto è pura traduzione” -Rumi-

Come possiamo usare parole e immagini per trasmettere la calma? Come possiamo trasmettere il silenzio facendo rumore? Piuttosto di riferirsi a Samadhi come concetto intellettuale, questo film è una chiamata radicale alla non-azione. Una chiamata alla meditazione, al silenzio e alla preghiera interiore Una chiamata a FERMARSI. Fermare tutto ciò che è guidato dalla mente patologica dell’Ego. Sii calmo e sappi. Nessuno può dirti cosa emergerà da questo stato di calma. È una chiamata ad agire dal cuore spirituale. È come ricordare qualcosa di antico. L’anima si risveglia e ricorda se stessa. È stata un passeggero addormentato, ma ora il vuoto si risveglia e realizza se stesso come il tutto delle cose. Non puoi immaginarti cosa sia Samadhi attraverso la mente limitata dell’Ego, proprio come non puoi descrivere ad un cieco cosa sia il colore. La tua mente non può sapere. Non può fabbricarlo. Per realizzare Samadhi bisogna vedere in modo diverso, non vedendo cose separate ma riconoscendo “colui che osserva”.

San Francesco d’Assisi ha detto: “quello che stiamo cercando è ciò che sta vedendo”. Una volta che hai visto la luna, la puoi riconoscere in ogni riflesso. Il vero Sé è sempre stato lì, è in tutte le cose, ma non hai ancora realizzato la sua presenza. Quando impari a riconoscere e rispettare che il vero Sé è al di là della mente e dei sensi, è possibile sperimentare stupore nel modo più autentico. Noi diventiamo STUPORE. Non cercare di essere libero dai desideri perché volersi liberare dai desideri è un desiderio. Non puoi provare a restare calmo perché il tuo stesso sforzo è movimento. Realizza la calma che è costantemente già presente. Sii la calma e sappi. Quando tutte le preferenze vengono abbandonate la Fonte si rivelerà, ma non aggrapparti pure alla Fonte stessa.

La grande realtà, il Tao, non è nè uno nè due. Ramana Maharshi ha detto: “Il Sé è solo uno, se è limitato è l’Ego, se illimitato è l’infinito e la grande realtà”. Se credi in ciò che è stato detto, non l’hai capito. Se non lo credi, non l’hai capito allo stesso modo. Credere e non credere operano a livello della mente. Richiedono una conoscenza, ma se si entra nella propria ricerca, esaminando tutti gli aspetti del proprio essere, scoprendo chi sta facendo la ricerca se sei disposto a vivere secondo il principio: “sia fatta non la mia volontà, ma una volontà superiore”, se sei disposto a viaggiare oltre ogni sapere, allora puoi realizzare quello che ho cercato di mostrarti. Solo allora potrai gustarti il profondo mistero e bellezza della semplice esistenza. C’è un’altra possibilità per tutta la vita.

C’è qualcosa di sacro, insondabile, che può essere scoperto nella quiete profonda del tuo essere, oltre i concetti, oltre i dogmi, oltre l’attività condizionata e tutte le preferenze. Non è possibile ottenerlo attraverso tecniche, rituali o pratiche. Non c’è un “come” per ottenerlo. Non c’è un sistema. Non c’è una via per “La via”. Come nel detto Zen, “è scoprire la tua faccia originale prima che tu nascessi”. Non si tratta di aggiungere qualcosa a te stesso. E’ diventare una luce verso se stessi; una luce che dissolve l’illusione del Sé. La vita rimarrà sempre insoddisfazione, e il cuore rimarrà sempre irrequieto finché non ci si riposerà in quel mistero oltre il nome e la forma.

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